Editoriale #4: scrivo perché è l’unico modo che ho per gridare – Lila Ria

27750293_1610550808980602_5278346243688609663_nPenso di essere una persona molto ignorante, ho solo un diploma di ragioneria, uno di assistente ai servizi commerciale e poi, molti anni dopo, ho frequentato un corso di scrittura creativa, a Gallarate, uno (on line) con la Leconte-Storie Roma di giornalismo e scrittura e a novembre 2017 ho partecipato a un seminario con Paolo Cognetti, a Varese. Non ho mai studiato “seriamente”, gambe sotto il tavolo, nelle maestose aule universitarie. Ho sempre scritto di pancia, per svuotarmi. Avevo, ho dentro delle cose cattive, che mi turbano i sogni, m’incasinano la testa e, l’unico modo che conosco per liberarmene, è scrivere. Darle in pasto a tutti.

Le idee dalla pancia, mi salgono nella testa. E lì le lascio decantare. Penso a come potrei buttarle fuori, in un modo che sia comprensibile, ma non banale. Il miglior modo in cui io sia in grado di scrivere.

Solo in due casi, a posteriori, dopo aver buttato su carta gran parte di quella che era la mia idea, ho redatto una scaletta e riscritto il testo cercando di seguirla. Nel primo caso si trattava del mio romanzo “Tunnel”, nato da tanti racconti, scritti nei vari anni. Nel secondo caso si trattava di un racconto “giallo”, per forza di cose, ho dovuto fare un po’ di ordine. In tutti gli altri casi, di solito, quando ho l’idea completa (o quasi) in testa, mi metto alla scrivania e scrivo a penna su un quaderno, o un’agenda, il racconto. Dopo qualche giorno lo trascrivo a pc. Dopo qualche altro giorno lo stampo, lo rileggo, lo correggo a penna, mi rimetto a pc, lo perfeziono. Quando scrivo, cerco di visualizzare le scene e vorrei che i destinatari dei miei testi, riuscissero a materializzare anch’essi i miei personaggi, le mie visioni, a credere di essere, per quel breve tempo, immersi in un film. L’ispirazione per scrivere mi è data dalle persone che incontro, da quello che leggo, dalla musica che ascolto, le mostre che frequento, i film che guardo.

Le poesie ho iniziato a scriverle intorno ai diciassette anni, nei margini bianchi dei libri di economia. Quelle, che per me sono “i miei pensierini”, un tempo erano scritte su scontrini, bigliettini, diari. Ora le digito sul cellulare, poi le lascio a sedimentare un pochino e le trascrivo a pc. Raramente le modifico. Spero che la borsa di scrittura vinta a novembre con la FUIS porti i miei cento testi inediti, a vedere, finalmente!, la luce.

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NADIA LEVATO – Rumore

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Teresa era una bambina buona. Pensieri piccoli in un corpo che si deformava nel tempo. Le sue gambe si allungavano senza provocarle dolore e così la chioma. Rossa e liscia a sfiorarle la schiena.
Suo padre le dava della stupida. Quando succedeva la madre le correva vicino ad accarezzarle i capelli. Li lisciava ai lati sistemando le ciocche sopra le orecchie. Perché attutissero le parole. E la cattiveria. “È buona”, sussurrava tra le lacrime. Lui sbatteva la porta. Oppure assestava un calcio. A una sedia, ai giocattoli sparsi sul pavimento o alle pareti del corridoio. Pezzi di bianco cadevano giù dai muri come i battiti del cuore. Della madre e di lei.
Crescendo Teresa aveva capito. Provava a infilarsi la maglietta e finiva col rimanere con la testa incastrata nella manica. La stoffa la strozzava ingolfandole le parole. In quelle occasioni sua madre la liberava dal groviglio di buchi e lei, docilmente, si lasciava aiutare.

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LILA RIA – Scarafaggi

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L’afa dei giorni non dava tregua nemmeno la sera. Un caldo pesante ti si appiccicava addosso. Lo stesso identico di ogni agosto, sebbene i telegiornali lo avessero definito il più caldo degli ultimi sessanta anni. Nelle ore che trascorrevo in ufficio, i condizionatori erano settati al massimo e rischiavi una bronchite. Quando invece rientravi, a casa, la sera, se non possedevi anche solo un ventilatore a pedana, passavi il tempo a boccheggiare, con un’espressione da triglia.
Io e Anna stavamo insieme da un anno. Mi era passata accanto in un ristorante del centro, mentre cenavo con Giorgio. Eravamo la tipica coppia annoiata che, seduta allo stesso tavolo, non ha nulla di che argomentare, se non i litigi dei nostri amici, il prezzo troppo caro del finto giapponese che ha appena aperto in centro, le camicie bianche che Camilla! Le hai messe in lavatrice con il tuo vestito blu!
Giorgio era bello. Alto, capelli corti biondo chiaro, occhi grigi, mascella importante, spalle larghe, camminata sicura. Anche Anna era bella. Alta all’incirca come me, capelli lunghi neri, mossi, occhi verdi, magrissima. La volta in cui me ne innamorai, indossava un vestito lungo rosso, la schiena in mostra, libera dal reggiseno. A differenza di Giorgio, che aveva sempre l’espressione imbronciata, un sorriso enorme le adornava il viso. Io sono quella che sono. Né magra, né grassa, né bella, né brutta. A volte imbronciata, a volte sorridente. Ah sì, ho un seno enorme. Per quel che possa valere. Un seno che ho sempre odiato, e che evito di evidenziare con scollature e magliette aderenti.
Quella sera io e Anna eravamo dirette a Cunardo, alla sagra della patata. Si avvicinò a me, con un paio di shorts e una canottiera sottile rosa, mentre ero in relax sul divano. I capelli profumavano di pulito. Aveva pochissimo trucco. Io avevo una coda di cavallo abbastanza lunga. La metà dei capelli imbionditi dalla tinta e dal sole. Una canottiera nera e un paio di jeans lunghi. La mia pelle era incollata al bracciolo.
“Non ti cambi Camilla?” “A che scopo? Tanto adesso ci ritroveremo di nuovo umidi e puzzeremo di fritto”. “Come preferisci tu” mi sorrise “allora sei pronta?” “Dammi due minuti. Metto mascara e rossetto e andiamo”.
Pregustavo la dolcezza dello strudel di patate e speck, la sofficità degli gnocchi al gorgonzola, la croccantezza delle frittelle dolci di patate. Il ricordo dei sapori di quelle leccornie, vaporizzava l’afa, che sembrava costringere in una morsa la testa.
Giunti in prossimità della sagra, la coda di gente che attendeva il proprio turno era infinita. Le persone sbucavano a piedi da ogni dove, mentre noi parevamo girare a zonzo. Dopo aver fatto quattro giri alla ricerca di un parcheggio, optammo per un panino al chioschetto del kebabbaro e tornammo a casa.
Tolte le scarpe, Anna si diresse in salotto e si versò due dita di amaro, per digerire. Io andai a fare una doccia. Cercai di dare il maggior refrigerio possibile alla pelle. Mi asciugai. Tamponai i capelli con un asciugamano e, senza mettermi addosso alcun indumento, raggiunsi Anna in camera. Anche lei era nuda. Ci buttammo sul letto. Estenuate. I nostri sguardi languidi si volsero per un attimo al muro di fronte. Degli scarafaggi neri percorrevano la parete, da sinistra, verso destra. Erano quattro, o forse cinque. “Camilla dobbiamo ucciderli” disse Anna, con un filo di voce, senza alzarsi dal letto. “Lasciamoli lì… non ci stanno facendo nulla”. “Ma dobbiamo dormire. Non voglio ritrovarmi cosparsa di scarafaggi…” “Dormiamo venti minuti per uno” le proposi. “Venti minuti bastano a rigenerarti. Mentre una dorme, l’altra resta sveglia e controlla che non vengano addosso a noi”. “Chi inizia?” “Tu. Inizia pure a dormire. Punto la sveglia.” Anna si lasciò trasportare dal sonno. Fissai la parete davanti a noi. Mi sembrò che, nell’angolino in fondo a sinistra ci fosse una macchia nera. Strinsi un po’ gli occhi. Misi a fuoco. C’era un buco pieno di blattoidei che litigavano tra loro. La pelle delle mie braccia si bagnò di nuovo. Rimasi impietrita. Accanto a me il respiro leggero di Anna. Mi voltai verso il comodino, tolsi l’allarme alla sveglia. Presi il lenzuolo e coprii sia me che Anna fino oltre la testa.
Sincronizzai il mio respiro con quello di Anna. Chiusi gli occhi.

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MARIA DE FANIS – Balena azzurra

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Giù dalla nuova torre a sud della città, guardando verso la laguna, Gloria capisce che ha davvero allargato le braccia e si è buttata.

È sul serio un momento interminabile e carico di adrenalina, come le hanno detto, ma non si immaginava che sarebbe stata così lucida. Ha espanso al massimo il torace e sentito l’aria scivolare sulla pelle e penetrarle nelle narici in una corrente parallela al respiro.

Non sente niente, le hanno garantito anche questo, deve averlo fatto nel modo giusto, dominando l’esperienza, la postura compostamente allineata sul cornicione, i vestiti ripiegati, solo i sandali addosso e il cellulare spento, lei ha soltanto levato i toni. Ha proceduto senza lasciare niente al caso, o alla paura del vuoto, o alle ustioni ai piedi sul cemento infuocato o ai ripensamenti.

Si trova a fluttuare nel cielo come un aquilone, un volo a planare in piena regola, non in picchiata come credeva. È un ritardo leggerissimo, non previsto, una pausa che dura una frazione di secondo. In quella posizione, praticamente orizzontale sopra i tetti, i lastrici dei condomini coperti di pannelli solari sono uno schermo dove riesce a vedere il suo passato. Le tornano in mente degli episodi, immagini baluginanti nel riverbero del sole: una bambina in pantaloncini corti sui pattini che va a prendere il pane; una signora isterica che urla che la cena è pronta e le dice di preparare la tavola; un signore alto e con la barba, con la voce tranquillizzante, che le accarezza i capelli sulla porta di casa; una grande auto grigia, stipata di valigie, che esce dal vialetto del giardino; il signore con la barba che non torna più; una casa popolare, una casa senza portone; un cortile che la bambina con i pattini frequenta di giorno, tra le urla della signora isterica; un funerale deserto, una misera cassa da morto; una casa diversa ancora, due anziani sorridenti; la bambina senza i pattini ora che studia in cucina; una scuola, centinaia di ombre senza nome e gli spintoni all’uscita; un ragazzo e una ragazza che la prendono in giro; l’ambulatorio di un ospedale; un occhio pesto; la sospensione; il preside che dice spropositi; le passeggiate solitarie di solitarie mattine; uno zainetto a brandelli, una ragazza raggomitolata alla fermata del tram; la donna anziana che esce a fare la spesa da sola perché la ragazza è sempre chiusa in camera; un video e una voce che dà le istruzioni; tagliati il labbro; altre istruzioni; procurati dolore; un presagio alla rovescia, tutto quello che non hai avuto è racchiuso in un volo; tieni gli occhi aperti; un biglietto scritto su carta sottile; due cuoricini e un addio, sul comodino.

Non sente davvero niente, salvo la carezza folle dell’aria, e un’inaspettata nostalgia per colpa di quelle cose. Prima che il momento possa travolgerla, si concentra di nuovo sulle istruzioni. Conta fino a tre, fino a quattro, cinque, conta tre, arriva a quattro. Deve tenere il viso rivolto al sole in posa sacrificale, inarcare la schiena all’estremo fino a toccare con la testa le caviglie, solo l’aria deve riempire il vuoto del suo corpo. Esegue alla perfezione, si contorce ad anello, a forza di avambracci e di un movimento di spalle, un gesto sproporzionato, ma anche aggraziato, collegato in forma coerente al destino che si è scelta. Quando arriva in fondo, è un fascio rotolante e compatto di muscoli e di tendini. I pensieri non attecchiscono, i volti scivolano via. Contrae le labbra in un sussurro di riconciliazione, e sgrana gli occhi inondati di polvere e di lacrime.

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ANNO NUOVO – Claudio Marinaccio

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Nel buio di una stanza, senza luce né rumori, mi accorsi dell’arrivo dell’anno nuovo grazie all’incessante suono dell’orologio digitale che tenevo al polso. Un pezzo di plastica nera senza valore che con me festeggiava l’arrivo di una mezzanotte uguale alle altre, seppur unica. Ormai erano circa sette mesi che vivevamo come topi dentro una nave che stava affondando, muovendoci verso un’effimera salvezza. Consapevoli che la fine era vicina, molto vicina. Era scontato che saremo finiti ma fuggivamo, non c’era altra scelta. L’istinto di sopravvivenza accendeva dentro di noi una flebile fiammella di speranza in un posto senza opportunità, con poco sentimento. Spensi l’orologio, guardai dalla finestra la notte nera, non c’erano più stelle, tutto sembrava morto. Ma loro non erano morti, senza neppur essere totalmente vivi o meglio lo erano a modo loro. Un giorno risorgeranno anche le loro anime insieme ai loro corpi che camminavano senza meta, affamati solo di carne viva e di rosso sangue pulsante. Chi li conosceva prima ora non li riconosce più. Era successo qualcosa che aveva cambiato tutto, per sempre. Cosa ancora non si sa. Per loro siamo solo cibo che cammina, un succulento pasto che tenta di scappare. Avevo in tasca un pezzo di cioccolata trovata chissà dove, scaduta da chissà quanto. Era un giorno di festa e andava celebrato. Addentai con gusto quel pezzetto di dolcezza marrone gustandone il retrogusto per alcuni interminabili secondi, un momento di normalità. Mi venne in mente una domenica sera, fuori pioveva. La televisione era un inutile elettrodomestico spento, senza vita. Tutto profumava di caffè caldo, il mio cane giocava con una vecchia palla di stoffa. Si componeva spontaneamente un collage di cose belle. Quella era la normalità che rendeva paradiso ogni singolo respiro. Ora il gusto del cioccolato stava svanendo e dovevo mettermi nuovamente alla ricerca di cibo per poter sopravvivere ancora qualche giorno, mi alzai ma sentii un lamento, un passo zoppo dal suono terrificante. Corsi a nascondermi dietro la porta con un machete in mano. Per un istante si udii il nulla. Un urlo, un lamento e decapitai il bastardo che mi voleva mangiare. Il suo corpo cadde senza vita e la sua testa rotolò per qualche centimetro con l’espressione famelica e la rabbia negli occhi che continuavano a muoversi e gli diedi fuoco. Fu una sorta di fuoco d’artificio. Mi augurai un buon anno. Ero vivo e questo era già un successo.

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Il secondo numero di FOGA è fuori!

FOGA #1 (3)

Il secondo numero di #Foga è fuori! 
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Foga#2: “Scrivere è un vizio.”
Grazie ai bellissimi racconti di: Nadia LevatoMaria de FanisClaudio MarinaccioMaurizio AllegrettaLila Ria
Alle illustrazioni di Kants Exhibitionù

Scrivere è un massacro.
Non smettete.

Editoriale #1: la vita è il mio mestiere

 

Non ho risposto.
Non sanno come rivolgersi a te che non vuoi la loro stessa vita. Che non potrai mai avere la loro stessa vita. Scrivere è un massacro, ma loro non lo sanno.
Si sentono sempre in diritto di giudicare una vita che non conoscono. Parlano, senza sapere cosa dire. Nessuno ti chiede mai: “Hey, è così faticoso scrivere?”
“Mi piacerebbe aiutarti, ma non posso capirti, e forse non ci riuscirò mai.”
“Sei stanco? Immaginare un mondo intero deve essere estenuante.”
“Fa così tanto male quando le parole non si fanno vedere?”
Ecco perché non ho risposto. Perché tutte le domande erano sbagliate. Perché ti giudicano, non segui le loro regole istituzionalizzate, il tuo sguardo è diverso, pieno di vita, e loro ne hanno paura. Non hanno idea della fatica, non sanno che ti alleni tutti i giorni da una vita, ma che ancora non ti senti soddisfatto. Perché nella tua testa c’è un solo narratore, e tu ti devi fidare di lui, di quello che ha da dire, di quello che vuole raccontare. Non ho risposto, perché è faticoso scrivere quando ti guardano tutti male. Non ho risposto: mi hanno detto non ti va di vivere. Non sanno che la vita è il mio mestiere, ed è quella che loro hanno abbandonato.

Alessandra Perna

Ti guardano come se fossi pazzo

 

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Le persone non sanno cosa farne della propria foga. Li travolge come un fiume in piena, non ci sono argini, non ci sono regole da seguire. Ti guardano come se fossi pazzo. Il desiderio ti uccide. Certe volte vorresti solo qualcuno accanto a te, a darti una mano, a tenere ferma la diga. Saperla frenare è un caso, un miracolo. La pressione è disumana.
Fa paura tutto quel movimento, tutta quella forza.
Si ferma solo quando scrivi, solo quando crei.

 

Manda il tuo racconto a: fogarivistaletteraria@gmail.com (max due pagine A4)